Di recente abbiamo affrontato il tema del pregiudizio razziale all’Università di Pisa, all’interno del progetto Face to Face, dedicato a studenti e insegnanti delle scuole superiori. Vogliamo riportare anche nel blog di PMS, una serie di elementi riconducibili al concetto di pregiudizio razziale, a partire dal tema della diversità.
Lo sguardo
Diverso, sconosciuto, straniero spesso sono usati come sinonimi. L’etimologia latina della parola diverso deriva dal verbo divertere ovvero volgere verso un’altra direzione.
L’immagine è chiara: un pastore della Gallia scruta l’orizzonte quando, ad un certo punto, vede avanzare una legione romana. Corre a chiamare altri uomini e tutti guardano nella direzione della carovana che adesso è più vicina. Anche i Romani si accorgono di essere visti. Con l’avanzare del convoglio diventa sempre più evidente che i loro sguardi, quelli dei Galli e quelli Romani sono in direzione diversa, gli uni contro gli altri. Presto ci sarà una battaglia e gli animi si preparano a combattere.
La visione è strettamente legata al concetto di diversità. È sufficiente pensare al colore della pelle. Questo perché la visione è il senso più ampiamente utilizzato. È il senso che ci permette di avere informazioni più complete in minor tempo possibile, e questo è un elemento protettivo non indifferente. Vedere un uomo con un’arma è il modo più efficace per cercare di mettersi in salvo.
Il diverso nell’evoluzione dell’essere umano
L’associazione conosciuto/buono – sconosciuto/cattivo, ha, verosimilmente, un significato antropologico. All’inizio della storia dell’homo sapiens, era importante per la sopravvivenza verificare cosa fosse buono o cattivo, a partire dalle piante. L’essere cauti nei confronti di un nuovo frutto, o di una nuova radice, poteva voler dire salvare la propria vita o morire.
Questa è una delle strategie che ha funzionato sul piano evoluzionistico, permettendo di acquisire informazioni utili alla nostra sopravvivenza. L’aracnofobia, per esempio, ha come base una diffidenza innata verso gli animali piccoli, perché, spesso, sono molto velenosi e sono più difficili da vedere e da riconoscere.
È passato qualche millennio e ciò che era necessario è diventato superfluo, anzi dannoso, diventando un bias cognitivo, cioè una distorsione cognitiva. Siamo sicuri che il conosciuto sia sempre buono? I dati dimostrano che la maggior parte delle violenze avvengono in ambito familiare, cioè in un contesto dove l’aggressore è conosciuto dalla vittima. Konrad Lorenz scrive che alcune specie di pesci, quelli che estroflettono l’intestino, vengono attaccati dagli altri membri del branco, perché riconosciuti diversi.
Risorsa o problema?
Il diverso da me può insegnare o dare qualcosa che non so o che non ho. Pensiamo a quanto abbiamo imparato da altre culture: la scrittura cuneiforme 3200 anni a.C. in Mesopotamia; moltissimi cibi dalle Americhe che da secoli sono parte integrante e irrinunciabile della nostra dieta; modalità dell’esistere con cui abbiamo familiarità, ma che sono il risultato di contaminazioni culturali provenienti da paesi molto distanti e diversi.
Il problema è anche riconducibile alla competizione tra individui. Questo è, secondo Konrad Lorenz, un elemento che ha spinto in modo così peculiare la nostra evoluzione rispetto ad altri animali. La competizione per l’autoaffermazione, il cibo, il partner sessuale, il potere, implicano inevitabilmente un confronto che si trasforma in un problema, quello del sopravanzare all’altro fino alla prevaricazione.

Riconoscersi
Nel riconoscersi ci sono due parti, un soggetto e l’altro. Il confronto con l’altro ci permette di riconoscerci e individualizzarci attraverso il rispecchiamento. Prendo consapevolezza che io sono io, perché non sono tu, e tu sei altro da me. Questo è un processo fisiologico che caratterizza la nostra crescita fin dal concepimento. In questo caso usiamo l’altro da noi per conoscerci.
In altre occasioni il soffermarsi sull’altro, sul diverso da sé, ha lo scopo di difenderci dall’angoscia di chi siamo, perché è chiaro che nel momento in cui l’interesse si pone sull’altro, perdo un poco il contatto con me stesso. Questo concetto è ben espresso dalle parole evangeliche: “Perché guardi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello e non guardi la trave che è nel tuo occhio?” Quindi l’altro mi è indispensabile per conoscermi ma nel contempo può essere uno strumento per allontanarmi da me stesso e dai miei pensieri.
Preconcetti e profilazione
Il preconcetto è un giudizio che formuliamo senza avere una conoscenza in prima persona di un determinato tema. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una funzione adattiva per cui cerchiamo di semplificare il numero di informazioni che arrivano alla nostra mente al fine di ottimizzare le risposte cercando di risparmiare energia.
Il soggetto che guarda il mondo lo guarda con il proprio bagaglio culturale ed esperienziale partendo dalla considerazione di avere tutti gli elementi per poter esprimere un giudizio coerente. Ovviamente non è così. Come in ogni cosa c’è un lato negativo, quello di semplificare troppo e dare per scontato che la realtà è così come la vediamo noi. Non riusciamo ad accettare che ognuno porti una sua verità legata alla sua storia personale.
In questo contesto entrano a gamba tesa i social media con i loro algoritmi di profilazione tendono a polarizzare le posizioni di ognuno al fine di creare gruppi contrapposti (modulando le informazioni che i vari social inviano ad ogni utente). Questo perché tanto più c’è contrapposizione maggiore è lo scontro, maggiore è il clamore dell’arena. E l’audience sale perché abbiamo visto con Konrad Lorenz che l’essere umano è particolarmente predisposto alla competizione.
Identità di destino e identità di lotta
Questo ha a che fare con l’identità, cioè il bisogno di identificarsi con altri, ma, nel contempo, differenziarsi da altri ancora. Identità di destino. Ognuno di noi è figlio del proprio destino a causa dei condizionamenti sociali e culturali in cui siamo immersi. Per cui, possiamo dire che il nostro destino è, almeno in parte, legato a quello di chi mi circonda, ad esempio crisi economiche, guerre, etc. Da questa prospettiva le differenze non contano; prevalgono i punti in comune a prescindere dalla nostra volontà.
Identità di lotta è quando ci riconosciamo in ciò che facciamo o in cui crediamo (riconoscersi in un movimento, in un ideale, in un partito, in una professione, ecc.). questo riconoscersi in qualcosa porta a considerare il diverso da sé un pericolo alla propria identità. In questo caso prende campo il nostro pensiero: sono le nostre idee che ci portano ad aggregarci con altre persone e a differenziarci da altre.
Ciclo di vita
La diversità riguarda anche le singole persone, ovvero, come queste cambiano nell’arco della loro storia. In pratica, non siamo mai uguali a noi stessi. Ci sono momenti della nostra vita in cui questo dato è particolarmente evidente. Uno di questi è l’adolescenza, quel periodo di passaggio dall’infanzia all’età adulta.
In questi momenti le trasformazioni fisiche, emotive, cognitive e sensoriali sono tali da creare spesso disagio. Questo sentirsi diversi rispetto a sé stessi porta a ridefinire in modo sostanziale anche il rapporto con la realtà esterna. Ad esempio, cambia il modo con cui si percepiscono i genitori che passano da essere considerati dei supereroi a adulti lontani, insensibili e incapaci di comprendere, in altre parole: vecchi.
Normalità
C’è un legame tra diversità e normalità? La normalità è una costruzione statistica, culturale e storica in divenire. La parola deriva dal greco. La norma era uno strumento che serviva per disegnare angoli retti da parte di falegnami e architetti. La normalità era quindi riferita al rispetto di una regola geometrica.
Successivamente ha assunto un significato meno concreto quando, soprattutto con lo sviluppo della statistica, il concetto di normalità ha sempre di più coinciso con il concetto di media. Essere nella media voleva dire essere normale cioè simile. Di conseguenza chi è fuori dalla norma, non rientra nella media è diverso, è sbagliato. Questo ha determinato lo sviluppo di preconcetti secondo cui una minoranza, chi sta fuori dalla media, non è normale o è sbagliato.
Insomma, quello del pregiudizio razziale è un argomento di straordinaria complessità, con una stratificazione multidisciplinare, in cui la dimensione sociale si interseca con quella psicologica personale. E, ancora una volta, possiamo sottolineare come il lavoro psicoterapeutico non possa essere scollegato da quello dell’ambiente sociale in cui la persona vive. Società e individuo sono due facce della stessa medaglia e, come ha scritto recentemente il filosofo coreano Byung-Chul Han in “Contro la società dell’angoscia” (Einaudi ed.2025): “La sofferenza è sempre veicolata a livello sociale”. Non rendersi conto di ciò vuol dire scaricare la responsabilità del proprio disagio unicamente su chi soffre.