Il corpo appare oggi al centro di attenzioni continue da parte della medicina, che lo scompone e lo oggettualizza, dei social media che inneggiano a un’immagine idealizzata allontanandolo però dalle relazioni e dal contatto intimo, e anche dalla politica che lo strumentalizza continuamente secondo i propri bisogni. Eppure, come sottolinea Vittorio Lingiardi nel suo ultimo libro “Corpo, umano”, a tutte queste attenzioni, non corrisponde una vera dimensione di cura e di ascolto verso il corpo, che spesso rimane come un involucro, un oggetto giudicato, valutato, fonte di sofferenza, un corpo che si vorrebbe cambiare per apparire diversi, un corpo dal quale vorremmo emanciparsi o trasformare in altro per riconoscersi.
Quando il corpo è considerato un oggetto, avere un corpo è qualcosa di distante dall’essere e dalla vita, è un’esperienza estraniante e disumanizzante, come quando in una corsia di ospedale il corpo malato viene guardato attraverso i suoi sintomi scissi dalla persona che li porta e trattato come una cosa. Nonostante il disagio che questo comporta, il punto di vista della medicina sul corpo, è diventato ormai estremamente familiare, tanto da sembrare la realtà; è uno sguardo anatomico che lo seziona, e che riconosce come uniche relazioni, quelle fisico-chimiche.
Essere un corpo invece è la coscienza di essere al mondo, è un’esperienza densa e viva, e come dice Bruno Callieri in “Esistenze mondi”, è una sorgente continua di donazione di senso della vita. Il corpo non più oggetto, diventa un corpo vissuto che si apre al mondo e a sua volta apre un mondo, lo costruisce e lo plasma, e attraverso una rete di intenzioni, orienta la propria esistenza verso un progetto fino a trascendere i suoi propri confini. Il corpo vissuto è il luogo dell’incontro con se stessi e con l’altro: è infatti attraverso l’incontro con il corpo del genitore che il neonato struttura la propria esperienza e attraverso questa esperienza si svilupperanno coscienza e cognizione.
Il corpo ha memoria, ricorda molto bene e a lungo, in esso tutto si conserva, traumi rimossi, lunghi periodi di tristezza, di stress, di frustrazione, shock più o meno improvvisi, anni e anni di posture sbagliate ormai sentite come nostre e normali. Con il corpo e il movimento incontriamo l’altro, riconosciamo quello che ci serve per vivere, usiamo mani e braccia per prendere e per dare, usiamo le gambe per andare verso o via da. Senza che ce ne accorgiamo la vita prende un ritmo, andiamo verso direzioni, realizziamo le intenzioni e nel fare questo, il corpo parla della nostra esistenza e di come stiamo in relazione all’altro. Nel corpo si manifestano le emozioni e vi rimangono imprigionate quando non trovano una direzione o almeno una via espressiva, dando luogo a dolori articolari, manifestazioni cutanee, stanchezza e altri sintomi che ormai anche la medicina definisce come psicosomatici.
Per questo è sempre più necessaria una psicoterapia che vada a lavorare anche sul corpo attraverso processi bottom-up, avvicinandosi al linguaggio delle sensazioni e allenando le capacità percettive e enterocettive, permettendo l’acquisizione di nuovi schemi motori, riequilibrando il sistema neurofisiologico. Questo permette di dar vita a un vero e proprio cambiamento nei pensieri, nelle emozioni e nei comportamenti che renderanno possibile a loro volta anche una riorganizzazione del sistema nervoso stesso, un miglioramento della qualità dei movimenti fisici nella direzione di una maggiore espansione, piacevolezza e integrazione.