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Quanto costa la disattenzione dei padri
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E se vi dicessimo che noi psicoterapeuti lavoreremmo molto meno se, nel rapporto padre-figli, i padri usassero l’interrogativo, anziché l’imperativo, di fronte ai problemi comportamentali dei propri figli e delle proprie figlie?

La creazione di uno spazio di ascolto presente e interessato farebbe emergere storie che i figli probabilmente non vedrebbero l’ora di raccontare. E con le storie potrebbero nascere anche soluzioni tempestive. Come quella che raccontiamo più avanti, di Giacomo (nome di fantasia) che aveva trasformato il bullismo da parte di un compagno di classe in una cattiva condotta scolastica.

Invece, quello che, da psicoterapeuti, vediamo ogni giorno, è una diffusa mancanza di consapevolezza e di tempo da dedicare all’ascolto, da parte dei padri, e una rassegnazione da parte delle nuove generazioni. Ma andiamo per punti.

La disattenzione dei padri

Se ci guardiamo intorno, la maggior parte delle persone è china sul cellulare: sull’autobus, su un’auto in attesa, al bar, su una panchina. Ognuno vive nel suo mondo fatto di distrazioni mediatiche, sostanzialmente per fuggire a noia e problemi. 

Una problematica contemporanea, ancora piuttosto sottovalutata, che riguarda tutti, ma oggi vorremmo soffermarci in particolare sui padri, perché pur essendo fondamentale è scarsamente considerato. Ma soprattutto è quello che, in una certa fase della crescita dei figli, è insostituibile. 

La relazione padre-figli inizia dal momento del concepimento, ma diventa importantissima dal terzo mese di vita, quando il bambino inizia a riconoscere la triade io-mamma-papà, e andare nella direzione di superare la fase diadica io-mamma, per aprirsi al mondo. 

Con la comparsa del linguaggio inizia a svilupparsi la capacità di pensiero organizzato attorno alle parole. In questa fase i padri diventano interlocutori e traduttori dell’universo che circonda il bambino. Questa fase implica attenzione e presenza e non sempre ci sono le condizioni sufficienti.

L’attenzione limitata ai risultati

La gestione della famiglia e dei figli è per la maggior parte dei casi estremamente impegnativa. Spesso per praticità e per necessità guardiamo ai figli basandoci solo sui risultati. Uno di questi, per esempio, è il mondo della scuola. Se mia figlia va bene a scuola, se gli insegnati sono contenti, tutto procede. Se mio figlio fa uno sport in cui se la cava bene anche questa è una buona notizia. Rassicurante. Possiamo andare avanti.

Spesso abbiamo il tempo solo per queste valutazioni. Poi a capofitto nel lavoro, nel districarsi nel traffico, nel leggere e rispondere a un messaggio o a un’email in tempo reale, fare la spesa, recuperare la figlia a pallavolo per accompagnare il figlio al basket. Meno male che il medico mi manda le ricette su WhatsApp e che la cena stasera la ordino online e me la portano a casa. Ah se non ci fossero i nonni! Facebook mi ricorda che oggi è il compleanno di Marisa e di Giacomo, non riesco a chiamarli ma mando loro un messaggio. Devo telefonare all’amministratore del condominio perché quella nota spese non mi torna. E così via per settimane, mesi, anni.

La rassegnazione dei figli  

In tutto questo i figli? Vivono la stessa realtà dei loro padri o ne vivono un’altra? La seconda ipotesi è quella che ci convince di più. 

Quando osserviamo i nostri figli chini sugli schermi ci diciamo che non è bene, che i cellulari e la rete, i videogiochi fanno male, che dovrebbero smettere e fare qualcos’altro. Ai miei tempi non era così.

Una delle sensazioni è che i bambini e i ragazzi stiano al cellulare in stand-by, in attesa che qualcuno li ascolti, ascolti i loro problemi, soprattutto i loro dubbi, i loro interrogativi. Qualcuno con cui confrontarsi, con cui diventare grandi. E se questo non avviene rimangono lì, con i loro cellulare in mano e la testa china. 

Sostanzialmente i device sono strumenti che noi adulti abbiamo messo in mano ai nostri figli per non essere disturbati. Qui sta la frattura generazionale tra noi e loro.

Il nostro lavoro clinico con i bambini e gli adolescenti ci permette di osservare, nello spazio sospeso dell’incontro terapeutico, senza aspettative e distrazioni, la loro realtà. E scopriamo un mondo molto più sano e consapevole di quello che immaginiamo

I ragazzini e i ragazzi sono attenti osservatori del mondo degli adulti e cercano di interpretarlo come possono, con il numero di sinapsi che il loro sistema nervoso in formazione può avere. È sorprendente come un cervello di un bambino possa avere capacità riflessive che noi adulti non usiamo più. Loro sono semplicemente coerenti.

I nostri figli si sentono giudicati e non ascoltati, valutati per quel che fanno senza che chiediamo loro perché lo fanno o, se chiediamo, lo facciamo in modo distratto perché ciò che ci interessa è che quella cosa non si ripeta più.

Il punto centrale della situazione è proprio questo.

Passare dall’imperativo all’interrogativo

Spesso, noi psicoterapeuti, ci troviamo a lavorare con ragazzi, frequentemente ragazzini delle scuole medie, che manifestano problemi comportamentali.

I genitori vengono in studio e ci dicono che il figlio, o la figlia, ha fatto questo o quell’altro. Che non ne possono più, e la richiesta e di vedere se noi riusciamo a fare qualcosa. Loro, i genitori, si sono arresi. In molti casi questo qualcosa lo potrebbero benissimo farlo i genitori stessi. 

Per esempio, usando l’interrogativo, chiedendo al figlio: perché fai così? Invece il modo più usato dai padri è imperativo: non fare così! Se continui ti metto in punizione!

Dietro al comportamento di un bambino/ragazzino/ragazzo c’è sempre una motivazione e questa motivazione è sempre valida. Il problema non è che i genitori non sono capaci di comprendere questa motivazione. Il problema è che non hanno il tempo. O meglio, il problema è che noi genitori non ci prendiamo il tempo.

Lo spazio psicoterapeutico è un tempo che noi dedichiamo all’ascolto interessato dell’altro. Perché ti comporti così? Cosa vuoi dire a noi adulti? Ed ecco che spesso la risposta arriva, precisa e tenera, tremante, autentica. Non è meraviglioso? Non è bellissimo risolvere i problemi in questo modo?

Il bullismo dietro alla cattiva condotta: la storia di Giacomo

Da questo ascolto nascono storie. Storie come quella di Giacomo che racconta di essere bullizzato da un compagno di classe. La sua risposta? È un’azione sottile, gestita con strategia e dosata con cura: distrarre e far ridere. Giacomo distrae e fa ridere durante le lezione. Questo gli procura continue note da parte dei professori, tanto che i genitori esasperati lo mettono in punizione. Perché questa situazione si trascina da mesi? Perché Giacomo considera il compagno un amico e non vuole perdere la sua amicizia. E per questa amicizia è disposto a sacrificarsi.

Per scoprire storie come questa e magari trovare soluzioni, prima di arrenderci, noi adulti dovremmo imparare dai bambini a porci la domanda Perché?

Padre e figlio ne "Le otto montagne"

Padre e figlio nel film “Le otto montagne”

Un film da guardare sul tema

“Le otto montagne” dei registi Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch del 2022 tratto dall’omonimo romanzo di Paolo Cagnetti e vincitore di 4 Donatelli nel 2023 e premio della giuria al 75° Festival di Cannes.

Nonostante sia stato presentato come un film sull’amicizia, “Le otto montagne” illustra magistralmente il dramma di una relazione tra padre e figlio, una relazione fatta di silenzi e di distanze, dovute proprio alla disattenzione paterna. L’incomunicabilità tra i due condizionerà pesantemente l’esistenza del protagonista.

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